1. likeafieldmouse:

    Giorgio Barrera - Through the Window (2002-9)

     

  2. prostheticknowledge:

    Sysadmin Posters from the 1980s

    Redditor evandena discovered these posters related to data protection in the workplace.

    More Here

     

  3. oldloves:

    Kate Moss & Evan Dando, 1997

     

  4. theparisreview:

    George Orwell’s review of Mein Kampf. (via)

    (via piegodilibri)

     

  5. 8 cose da sapere su i Balcani

    1) Ci sono più uomini col borsello che in Italia

    2) A Belgrado la stragrande maggioranza dei turisti è americana e dentro le mura della cittadella in centro ci sono solo campi da basket. È strana l’apparente risonanza tra due paesi che si sono conosciuti da vicino qualche anno fa a colpi di bombe. Mentre mi scervello a cercare una bettola tipica in cui mangiare dietro ogni angolo spuntano nuovi burger bar.

    3) In Bosnia il caffè è servito con 2 bustine di zucchero e un bicchierino d’acqua. Spesso le tazzine non hanno il manico.

    4) Andare nei Balcani è un po’ come tornare nell’Italia degli anni 90: si può fumare nei locali e i bidoni dell’immondizia sono ancora quelli classici di metallo grigio.

    5) Le ferite della guerra si scoprono improvvisamente entrando in un ufficio di cambio. Sia in Bosnia che in Croazia è impossibile cambiare dinari serbi. I più timidi si scusano parlando di un “errore nel software” i più onesti ve li sbatteranno in faccia sbottando “non accettiamo questi soldi qui”.

    6) A Mostar i centri scommesse sono aperti anche di notte, nel caso vi prendesse la voglia.

    7) In Bosnia è impossibile pagare il biglietto su bus e tram. Ogni volta che ho provato a comprarne uno a bordo l’autista mi ha liquidato con un gesto tipo “Ma va a sederti piuttosto, coglione”.

    8) Infine se avete terminato le cose da leggere e confidate nell’emporio del traghetto verso casa per comperare qualcosa di nuovo è bene sapere che la Snav ha deciso di allestire un unico scaffale dedicandolo esclusivamente ai libri religiosi.


    5 persone che non sono riuscito a fotografare

    1) Su un bus notturno alla periferia di Belgrado mi siede di fronte un signore sulla cinquantina. È svenuto, la testa appoggiata al finestrino tipica di chi ha preso una grossa sbronza. Metà della sua faccia è sfigurata: completamente rossa come colpita da una forte irritazione o un’ustione. Indossa un completo blu a buon mercato ma elegante, in mano ha un grande mazzo di fiori.

    2) Esiste un parrucchiere a Sarajevo nascosto in una viuzza tra la città vecchia e quella nuova. La bottega è piena di specchi, l’arredamento povero ma di gusto. Al centro della sala un vecchio pianoforte a mezza coda. Una ragazza col velo è seduta e sta per iniziare a suonare, di fianco qualcuno che potrebbe essere suo padre o suo marito raccoglie con una scopa i capelli dal pavimento.

    3) L’autista silenzioso e gentile del minivan che compra un cocomero nella campagna fuori Belgrado e lo consegna a notte fonda a Sarajevo alla sua bella che lo aspetta ancora alzata

    4) Camminando nei vicoli deserti di Belgrado si sente un assolo di chitarra elettrica, giro l’angolo e c’è un giovane sosia di J Mascis che suona solitario affondato nel suo stretto negozio di strumenti e pedali. Mi guarda sorpreso come chi sa di essere stato scoperto.

    5) Il cameriere del ristorante turistico di Mostar. Magro, con la faccia lunga e il naso grande. Una vaga somiglianza con Tim Roth e una camicia che proprio non ne vuole sapere di rimanere nei pantaloni. Sbaglia un’ordinazione per ogni tavolo e non vede l’ora che finisca la serata.

     

  6. Sul viaggiare da soli

    Dopo aver attraversato negli anni la Scandinavia, il Perù, il Giappone e i Balcani mi sento nella posizione di chi pensa di aver capito qualcosa riguardo il viaggiare da soli e ora ve lo vuole raccontare. Per prima cosa quando si parla del viaggio in solitaria lo si descrive come il massimo grado di egoismo possibile. È vero il contrario: viaggiare da soli significa il totale annullamento del sé. La maggior parte del tempo è spesa osservando gli altri: nei ristoranti, per strada, nelle lunghe trasferte a bordo di ogni mezzo di trasporto. La mente vaga senza meta e l’unico appiglio è quello di studiare i volti, i movimenti, provare a indovinare i pensieri chi ci sta vicino. Infatti anche se siamo gli unici protagonisti di un viaggio del genere non si fanno selfie (ok a parte quella che vedete qui sopra). Foto del genere sono la testimonianza di un momento condiviso o da condividere con altri mentre il viaggio in solitaria è qualcosa di differente. Siamo spettatori di qualcosa che accade attorno a noi attraversandolo senza lasciare traccia.

    Viaggiare da soli vuol dire entrare in decine di bar e ristoranti, guardare negli occhi il cameriere dire “Hello, I’m alone”. Da giovane si parte in solitaria con la convinzione di riuscire a fare ciò che non ci sarebbe permesso accompagnati da gruppi numerosi o fidanzate. Una volta cresciuti accade l’esatto contrario. Tutto quello che vorreste fare non vi riesce proprio perché siete soli. Cenare in un posto particolarmente carino perde di senso e anche se decidete di andarci vi diranno che è tutto pieno perché con voi incasserebbero solo la metà che con la coppia innamorata alle vostre spalle in fila per sedersi. Viaggiare da soli vuol dire trovare il proprio ritmo perfetto giorno dopo giorno. Essere sempre più efficienti negli spostamenti, nell’organizzazione del proprio ristretto spazio vitale. Sapere dove mettere l’asciugamano bagnato dopo la doccia, come ripiegare i vestiti nello zaino, dormire nei posti e negli orari più improbabili fino ad essere così stanchi da perdere la memoria e scivolare in quella sorta di trance che accompagna sempre gli ultimi giorni prima del ritorno. Ho conosciuto persone che non hanno mai dormito in un ostello e mi chiedo come possano vivere senza aver provato un’esperienza del genere. Condividere camerate da otto o più dove tutto è alla rinfusa, dover trovare la giusta posizione in luoghi in continuo mutamento dove si è sempre solo di passaggio è la metafora dell’esistenza più limpida che mi possa venire in mente.

    Capisci che è il momento di smettere di viaggiare da solo quando ti trovi ad immaginare persone con cui vorresti smarrirti nei vicoli della città e condividere l’entusiasmo di ciò che sta accadendo. Credo di aver perso la voglia proprio durante questo ultimo giro in cui sono riuscito a viaggiare senza nessuna paura o nervosismo, anzi più probabilmente mi sono stancato proprio per questo motivo. Ogni viaggio in solitaria è una scatola di madeleine che contiene e richiama tutti gli altri fatti in precedenza. Anche questa volta ho camminato per ore sotto la canicola come era successo in Giappone, ho attraversato in bus decine di paesi di montagna uguali tra loro come in Norvegia, mi sono accompagnato all’amica dissenteria come in Perù. Infine lo scrivo in modo da non dimenticarlo nuovamente. Al ritorno da ogni esperienza del genere è estremamente chiaro come il fine ultimo di ogni viaggio in solitaria è proprio quello di desiderare e amare nuovamente la compagnia degli altri esseri umani.

     

  7. Una settimana nei Balcani (2014)

     

  8. razorshapes:

    Maja Daniels - Into Oblivion

    Artist’s Statement:

    "The “Protected Unit” is home to residents with Alzheimer’s disease. Due to tendencies to wander about and potentially get lost, they are confined within the ward. A locked door separates the occupants from the rest of the hospital.

    Ruled according to the “principle of precaution”, residents in the unit can circulate freely within the secured area but due to a lack of activities and a limited presence of carers in the ward, the locked door becomes the centre of attention for the elders who question the obstruction and attempt to force it open. The daily struggle with the door, damaged due to repeated attempts to pick the lock, can last for hours.

    This series documents not only the day-to-day challenges in an often ignored sector, but also the wider implications of the growing populations of elderly in modern society as an increasing life span has coincided with the breakdown of the family unit.”

     

  9. Hemingway scrive allo specchio

     

  10.